Quasi tutti quelli che mi contattano descrivono l'obiettivo come «riuscire a prendere quell'aereo». È comprensibile, perché c'è sempre un volo preciso davanti. Ma non è quello il cambiamento vero, ed è la cosa che si accorgono dopo.
Il cambiamento vero non succede a bordo. Succede un martedì qualunque, tre mesi dopo, mentre guardi una destinazione lontana e ti accorgi che non hai fatto il calcolo.
Il calcolo che fai senza accorgerti
Chi ha paura di volare ha un calcolatore che gira in sottofondo, e lo tiene acceso da anni senza sapere di averlo.
Parte da solo ogni volta che qualcuno nomina un posto lontano. Quanto ci vuole in macchina. C'è il treno. Quanti scali sono. Forse in quel periodo posso dire che ho da fare. Meglio proporre un'altra meta prima che decidano loro.
Il calcolo dura due secondi e sembra ragionevole ogni volta. È l'insieme che pesa: è una tassa che paghi su ogni conversazione che riguarda un viaggio, da vent'anni, e non l'hai mai messa a bilancio.
Non ti costa il volo. Ti costa tutto quello che decidi prima di arrivarci.Cosa vuol dire «libero», in concreto
Sgombro subito il campo da un'immagine sbagliata, perché è quella che fa arrendere le persone prima di provarci.
Libero non vuol dire diventare uno che ama volare, guardare il finestrino al decollo con un sorriso, o non sentire assolutamente niente quando i motori salgono. Quella è una fantasia, e non è nemmeno la condizione dei passeggeri abituali.
Libero vuol dire una cosa più piccola e molto più concreta: la domanda non te la fai più. Guardi la data della partenza come guarderesti quella di un treno. Il volo torna a essere il mezzo, non l'argomento.
Le cose che tornano
Le persone che ci arrivano raccontano quasi sempre le stesse cose, e non sono grandi imprese:
- Dire sì subito. Senza il giro largo per prendere tempo.
- Scegliere la meta. Non quella che si raggiunge in auto.
- Dormire la notte prima. Anche quella prima del volo.
- Non dover spiegare niente. A nessuno, mai più.
L'ultima è quella che sento nominare con più sollievo. Chi ha paura di volare passa anni a costruire versioni credibili: il lavoro, i soldi, il cane, il periodo sbagliato. Smettere di dover mentire su una cosa piccola alleggerisce più di quanto sembri.
Il peso che non sapevi di portare
C'è una cosa che quasi nessuno si aspetta, e che quasi tutti mi dicono dopo: si liberano energie che erano impegnate altrove.
Evitare non è passivo. Richiede lavoro: pensare in anticipo, preparare le giustificazioni, gestire il senso di colpa verso chi ti sta accanto, ricordarsi cosa hai detto e a chi. È un impiego a tempo parziale, e non ti sei mai accorto di averlo perché lo fai da sempre.
Quando smette, la sensazione più comune non è euforia. È silenzio.
Perché la forza di volontà non basta
Molti ci arrivano già avendo volato. Stringendo i denti, con le unghie nel bracciolo, contando i minuti. E la conclusione che ne traggono è di essere in qualche modo difettosi, perché «l'ho fatto e sto male uguale».
Non è un difetto: è che salire con la forza di volontà non cambia la reazione, la sopporta. E una reazione sopportata ricomincia identica al volo dopo, perché non è mai stata toccata.
È per lo stesso motivo che non funziona nemmeno accumulare informazioni: sapere che l'aereo è sicuro non serve, e chi lavora negli aeroporti lo dimostra tutti i giorni.
Il lavoro da fare non è aggiungere sopportazione o spiegazioni. È intervenire dove quella reazione si è formata: qui c'è come funziona.
Cosa succede il giorno dopo il primo volo
Il volo di verifica è meno drammatico di come viene immaginato. Chi lo racconta usa spesso una parola sola: normale. Non «bellissimo», non «liberatorio». Normale.
All'inizio delude un po', perché ci si aspettava una scena. Poi arriva la parte buona, ed è nelle settimane successive: la vacanza che si guarda senza filtri, il weekend deciso il mercoledì, il matrimonio dall'altra parte del mondo a cui si risponde sì.
La libertà non si sente sull'aereo. Si sente quando la vita ti propone una scelta e tu la prendi senza calcolare.
E c'è una cosa in più per chi ha figli: vedono un genitore che sale. Quello che i bambini registrano al decollo è la faccia di chi hanno accanto, molto prima di qualsiasi rassicurazione.
La parte onesta
Nella maggior parte dei casi questa cosa si risolve, spesso in uno o due incontri. Ma non è una promessa che qualcuno possa farti prima di averti parlato, e chi te la fa dal primo clic sta vendendo.
Un po' di attivazione al decollo può restare, e non è un fallimento: ce l'hanno anche persone che volano ogni settimana. La differenza non è nella sensazione, è in quello che ci fai.
E a volte quello che una persona porta è un'altra cosa, più larga, che sull'aereo si manifesta soltanto. In quei casi lo dico: non lavoro su attacchi di panico e non sono una figura sanitaria. Quando serve altro indirizzo a Ilaria Repossi, psicoterapeuta con studio a Milano.
In trenta minuti di conoscitiva, gratuita, si capisce quasi sempre da che parte stiamo.
Domande frequenti
Cosa vuol dire volare senza ansia?
Si può volare tranquilli con la forza di volontà?
Quanto tempo passa prima di sentirsi davvero liberi?
Anche chi vola tranquillo sente qualcosa al decollo?
Se non volo da tanti anni posso ancora tornare a farlo?
Questo articolo ha finalità informative e divulgative. Non costituisce parere medico né psicologico e non promette alcun risultato: ogni percorso dipende dalla persona. Se la paura interferisce in modo importante con la tua vita quotidiana, parlane con il tuo medico o con uno psicoterapeuta.