Non voli da otto anni. O da dodici. A un certo punto hai cominciato a scegliere le mete raggiungibili in auto, poi hai smesso di proporre viaggi, poi hai iniziato a inventare scuse. E adesso c'è qualcosa che ti riguarda davvero dall'altra parte del mondo.
La domanda che porti quasi sempre è la stessa: «Dopo tutto questo tempo, sarà peggio?»
La risposta breve è no. Ma va spiegata bene, perché il modo in cui te la spieghi cambia da dove riparti.
Il tempo a terra non ha peggiorato la paura
La paura non è un muscolo che si atrofizza né una muffa che cresce nell'armadio. Stando ferma, è rimasta com'era.
Quello che è successo è un'altra cosa: in tutti questi anni non hai avuto nessuna occasione per smentirla. Ogni volta che eviti, la parte di te che si allarma incassa una conferma, «hai fatto bene a non andare», e archivia la pratica. Non impara mai che poteva andare diversamente, perché non le hai mai dato modo di scoprirlo.
Non è la paura ad essere cresciuta. È il numero di volte in cui le hai dato ragione.È una distinzione che sembra sottile e invece è liberatoria: significa che non devi recuperare un ritardo accumulato. Devi solo interrompere una serie.
Cosa è cresciuto davvero in questi anni
Se qualcosa è aumentato, non è l'intensità della paura. È lo spazio che hai dovuto lasciarle intorno.
All'inizio era solo il volo. Poi è diventato anche il pensiero del volo. Poi le conversazioni in cui qualcuno propone un viaggio. Poi i lavori che richiedono trasferte, le mete che tua moglie nomina, le foto degli amici. La paura è rimasta la stessa: è il perimetro di sicurezza attorno ad essa che si è allargato, un anno alla volta, senza che te ne accorgessi.
Ed è anche il motivo per cui fa così male: quello che ti pesa non è più solo non salire su un aereo. È tutto quello che hai smesso di considerare possibile.
Una cosa che dico spesso e che vale la pena ripetere. Le persone che smettono di volare non sono persone fragili. Nella maggior parte dei casi sono persone che nella vita gestiscono responsabilità molto più complicate di due ore su un aereo. La paura di volare non guarda il curriculum, e non è un giudizio su di te.
Cosa è cambiato negli aeroporti da quando non voli
Un pezzo dell'ansia da rientro non riguarda il volo: riguarda il non sapere più come si fa. La paura di sbagliare, di non capire dove andare, di sembrare quello fuori posto.
Buona notizia: quasi tutto quello che è cambiato è cambiato in meglio, ed è cambiato nella direzione di darti più controllo e meno sorprese.
- Il check-in lo fai da casa, con giorni di anticipo, scegliendo il posto con calma. Niente code al banco e niente decisioni all'ultimo momento.
- La carta d'imbarco è sul telefono. Una cosa in meno da perdere, una cosa in meno da controllare ogni cinque minuti.
- Le mappe degli aeroporti sono online. Puoi vedere prima dove sono i controlli, dove si mangia, quanto è lontano il tuo gate. Sapere in anticipo com'è fatto un posto toglie una quota sorprendente di tensione.
- Le procedure ai controlli sono più standardizzate e ben segnalate. Chiedere a un addetto è normalissimo: lo fanno anche quelli che volano ogni settimana.
Il primo volo non deve essere l'Everest
C'è chi decide di ricominciare da un intercontinentale con due scali perché «tanto se devo farlo, tanto vale». È comprensibile, ed è quasi sempre una cattiva idea.
Il volo con cui riparti non è una prova di coraggio: è un'informazione nuova da dare al tuo sistema d'allarme. E perché quell'informazione arrivi pulita, conviene che le condizioni siano semplici.
-
Corto
Un'ora, un'ora e mezza. Abbastanza per essere un volo vero, abbastanza poco da non diventare una maratona.
-
Diretto
Niente scali. Lo scalo raddoppia decolli, atterraggi e attese, e aggiunge la variabile della coincidenza da non perdere, cioè fretta, cioè attivazione.
-
Di mattina
L'aria è mediamente più stabile nelle prime ore e i ritardi accumulati durante la giornata non ti hanno ancora raggiunto. In più arrivi meno stanco, e la stanchezza abbassa la soglia oltre la quale tutto sembra più grande.
-
Verso un posto che ti fa piacere
Non un volo di prova a vuoto: un posto dove hai davvero voglia di andare. Serve che dall'altra parte ci sia qualcosa che vale, non solo la soddisfazione di avercela fatta.
-
Con il posto al centro, sull'ala
Vicino al baricentro i movimenti si sentono meno. È una scelta di un minuto in fase di prenotazione, e te la porti dietro per tutto il volo.
Nella guida gratuita trovi la parte pratica su aeroporto, controlli e attesa al gate, che è proprio il pezzo che si dimentica quando si sta a terra per anni.
L'ordine giusto: prima si scioglie, poi si vola
Qui c'è l'errore che vedo più spesso, ed è quello che manda all'aria i tentativi di rientro.
Quasi tutti pensano: prendo un volo e vediamo come va. Come se il volo fosse la cura. Ma se sali su quell'aereo con la reazione ancora intatta, succede una di due cose. O rinunci prima di partire, e la serie di conferme si allunga. Oppure sali e attraversi due ore terribili, e il tuo sistema d'allarme archivia: «ho rischiato la vita e sono sopravvissuto». Che non è affatto ciò che volevi insegnargli.
L'ordine che funziona è il contrario:
Prima
- Si lavora sulla reazione, da casa, senza aerei di mezzo
- Il volo si prenota quando ha senso, non come sfida
Poi
- Il volo diventa la verifica di un lavoro già fatto
- E il risultato non resta sulla fiducia: lo vedi tu
È esattamente il modo in cui lavoro: prima si scioglie, poi si vola, e il volo arriva idealmente entro pochi giorni per consolidare il risultato. Qui c'è tutto il percorso, passo per passo.
Domande frequenti
Se non volo da dieci anni, la paura sarà peggiorata?
Qual è il volo giusto per ricominciare?
Devo salire su un aereo per iniziare a lavorare sulla paura?
Prima volavo tranquillamente. Perché adesso non ci riesco più?
Conviene farsi accompagnare da qualcuno il primo volo?
Questo articolo ha finalità informative e divulgative. Non costituisce parere medico né psicologico e non sostituisce il confronto con un professionista sanitario. Se la paura si presenta anche in situazioni diverse dal volo, o se incide in modo importante sulla tua vita quotidiana, parlane con il tuo medico o con uno psicoterapeuta.